La cremazione: aspetti psico-sociali

Nessuno vorrebbe dire addio…

Una parola che spezza, taglia i rapporti e chiude ogni porta. Addio è non vedersi più, mai più.

Salutarsi per sempre no, non piace a nessuno specie se si tratta di cari amici o cari parenti.

Eppure morire fa parte della vita la quale è un ciclo che ci vede nascere, crescere, vivere e appunto morire.

Lasciare andare… per sempre… È questo un passaggio chiave: lasciare andare e accettare la morte; un passaggio chiave ma difficile perché è più semplice negare che non vedremo più quella persona.

Ecco perché forse, la cremazione è una pratica che si sta diffondendo parecchio nel mondo: avere con sé un ricordo tangibile del proprio caro, un’urna dove pregare, volgere lo sguardo nei momenti di difficoltà o un sorriso di ringraziamento.

L’analisi dei dati statistici elaborati e pubblicati da Sefit (Servizi funerari italiani) dal 1995 al 2005 si passa da 31 crematori a 43 crematori (+12); mentre dal 2006 al 2018 da 44 a 83 crematori (+39).

Nel dettaglio: nel 1995 si sono registrate 15.436 cremazioni pari al 2,78% dei decessi; nel 2005 48.196 cremazioni pari al 8,50% dei decessi; nel 2018 si sono registrate n. 183.146 cremazioni pari al 28,93% dei decessi (sostanzialmente il 30%).

Al di là dei numeri, in un precedente articolo sulla cremazione dicevamo: “Lasciar andare una persona cara non è facile; accettare la fine della vita men che meno. Cremazione o cimitero sono riti per accompagnarlo/a nel suo ultimo viaggio ma la cosa più importante è che il loro ricordo resterà sempre vivo dentro noi.”

A tal proposito, interessante è un articolo sui riti pubblicato sul sito Si può dire morte a firma Marina Sozzi:

“[…] Che le modalità di sepoltura siano cambiate è un dato: nel 2016 (ultimi dati disponibili) è stata scelta la cremazione dal 23% delle persone, l’inumazione dal 33% e la tumulazione dal 44%. La scelta cremazionista cresce, per ragioni in parte culturali e in parte economiche. Non credo né ho mai creduto che l’aumento della cremazione, in Italia come in altri paesi, sia sintomo di una deritualizzazione. Al contrario, nei luoghi in cui è stato proposto un rito del commiato per accompagnare l’affidamento della salma al crematorio, si è fatta un’importante operazione culturale: far riflettere i familiari sull’esigenza di un addio che abbia una struttura rituale, ma che corrisponda anche al desiderio di personalizzazione molto diffuso in Occidente: una poesia, una musica, qualche parola in memoria del defunto pronunciata da chi lo ha amato. Nei crematori dove c’è stata l’offerta di un rito, la popolazione ha maturato anche la capacità di celebrarlo a immagine e somiglianza del morto.”

Ci viene da pensare a quelle salme trasportate da Bergamo in altri posti d’Italia su camion dell’Esercito, persone che non avuto nemmeno la possibilità di sorridere, parlare, accarezzare per l’ultima volta i propri cari perché morire ai tempi del Coronavirus non è affatto naturale e facile. Nemmeno per noi:

“Non facile per chi fa il nostro lavoro sentire parlare di cifre così, di vivere una situazione così pesante, di stare vicini a famiglie colpite da un tale dolore. Molti infatti non possono nemmeno salutare per l’ultima volta i loro cari perché il Coronavirus ti lascia solo magari in isolamento, più probabile in ospedale nel reparto di Terapia Intensiva. È questo il dolore più grande che ci portiamo dentro in queste ore drammatiche; ma è il nostro lavoro e noi non ci tiriamo indietro, siamo lì, anche di fronte alle difficoltà. Ci esponiamo ai rischi, anche di un contagio, ritenendo che la dignità di una persona debba essere rispettata anche dopo la morte. Per noi i defunti sono persone da onorare e non merce da smaltire, come troppo spesso vediamo fare. Sicuramente un lavoro difficile, molte volte ci sentiamo ripetere che non tutti ne sarebbero capaci, ma lo amiamo.”

Ecco perché celebrare un rito funebre anche quando si tratta di cremazione è un gesto di delicatezza e rispetto per chi rimane che deve accettare la morte, deve superare il lutto e vivere nel ricordo della persona cara.

I riti funerari dunque, ne abbiamo già parlato in merito al Giappone e, facendo un salto nel tempo, ai Nativi d’America, dimostrano come essi siano un momento di passaggio che va celebrato e ricordato.

Eppure, quando si parla di morte c’è ancora un tabù: quello dei bambini. Come spiegare loro la fine della vita? Come spiegare la cremazione a un giovane che ha perso un caro?

Molto interessante l’intervista che Alice Spiga, direttrice SO.CREM Bologna, ha fatto sul tema al professor Francesco Campione, tanatologo, Presidente dell’Associazione Rivivere e autore del libro La domanda che vola – Educare i bambini alla morte e al lutto.

Ecco un estratto:

“La prima domanda che potremmo porci, nell’analizzare la scena cui lei ha casualmente assistito, – esordisce il prof. Campione – è per quale motivo la madre abbassi la voce nel nominare il crematorio. Dietro l’abbassamento del tono ci sono infatti tre tabù principali, molto diffusi nella società italiana contemporanea:

  1. Il tabù della morte, per cui evitiamo del tutto di parlare di morte con i bambini perché siamo convinti che la morte non debba avere nulla a che fare con loro, che debbano essere preservati e tenuti all’oscuro finché non riteniamo che possano sopportare l’esistenza della morte.
  2. Il tabù del funerale, per cui talvolta abbiamo talmente paura che la partecipazione a un funerale possa traumatizzarli che scegliamo per loro di tenerli a casa, senza coinvolgerli nella decisione se partecipare oppure no (anche perché spesso non sappiamo nemmeno come spiegargli che cosa sia un funerale).
  3. Il tabù del destino del corpo dopo la morte. È in questo tabù che risiede la cremazione, insieme al polo crematorio e alle altre forme di trattamento del cadavere: tumulazione e sepoltura.”

E se il bambino dovesse cominciare, per un motivo o per un altro, a porre delle domande sulla cremazione? Che cosa dovrebbe rispondere un genitore?

“Le risposte sulla cremazione dipendono da un primo fattore fondamentale: l’età del bambino. Secondo le tappe evolutive del concetto di morte (1) che la ricerca psicologica ha individuato allo stato attuale, i bambini:

  • Fino ai 3 anni sono convinti che la morte sia un evento reversibile e non universale del quale tende a non comprenderne le cause.
  • Tra i 4 e i 6 anni comprendono che la morte è irreversibile e universale, ma la causa può essere anche non naturale o biologica (ad esempio una magia o una volontà cattiva).
  • Tra i 6 e i 9 anni comprendono che la morte è una cessazione irreversibile delle funzioni vitali, che avviene per ragioni biologiche, che è universale e che riguarda anche loro.”

Oggi vogliamo lasciarvi con una riflessione e con l’invito a continuare a seguire il nostro blog nel quale vi faremo conoscere tutti gli aspetti del nostro lavoro.

Vita e morte non sono due estremi lontani l’uno dall’altro. Sono come due gambe che camminano insieme, ed entrambe ti appartengono. In questo stesso istante stai vivendo e morendo allo stesso tempo. Qualcosa in te muore a ogni istante. Nell’arco di settant’anni la morte arriverà a compimento. In ogni istante continui a morire, e alla fine morirai davvero.

(Osho)

Elaborazione del lutto durante la pandemia

Un percorso doloroso che richiede aiuto e tempo

Dire addio a una persona cara non è mai facile, sapere ed avere la consapevolezza di non vederla e non sentirla più è devastante. Spesso non si supera, a volte servono anni.

Questo periodo, che speriamo sia alle spalle, non ha sicuramente aiutato a combattere questi stati d’animo negativi: la pandemia da Coronavirus ha annullato le vicinanze, gli abbracci, i baci, gli ultimi saluti.

Soli. Tanti italiani sono morti soli. Senza un bacio sulla bara, un fiore al cimitero, un’ultima carezza…

È stato il periodo più buio e triste anche per noi, già. Non è facile lavorare con una pandemia in corso:

“Parenti che da lontano piangono e pregano per i loro cari, e sempre più sono le richieste di evitare fiori ed aumentano le richieste di fare donazioni affinchè il momento di dolore si trasformi in un gesto di solidarietà e speranza. Speranza e aiuto verso i nuovi eroi: i medici, gli infermieri e tutto il personale ospedaliero che ogni giorno, senza sosta, aiutano le persone aggredite da un virus vigliacco, che a volte può rivelarsi letale. Purtroppo non sempre l’eroe vince e qualcuno si spegne tra le loro mani. No, non è facile in un momento così subentrare perché stai lavorando. Abbiamo scelto sì un lavoro spesso deriso, offeso… del quale faremmo a meno in certe circostanze, se il momento non richiedesse la nostra presenza ancora di più.”

Ecco, a tale proposito è molto interessante la riflessione di una laureanda in Scienze e tecniche psicologiche, cattolica, pubblicata su Cremona oggi:

“Di fronte alla morte basta liquidare l’argomento con la benedizione della salma e della tomba, sospendendo i funerali? […]  Non celebrare affatto i funerali, neanche in forma privata alla presenza dei parenti stretti, introduce a mio parere un elemento di disumanità e crudeltà intollerabile, lede i diritti umani. […] Quanto può essere devastante psicologicamente e che ripercussioni può avere l’impossibilità di vivere un rito per il caro estinto se lo si desidera fortemente? Questa decisione tiene conto del dolore e dello smarrimento di chi perde un caro?”.

Ed ecco il punto centrale: cosa è successo ad amici e parenti di queste persone scomparse durante il lockdown?

Quali sono le dinamiche che si scatenano? Un bell’articolo di Nicola Ferrari su Si può dire morte, le descrive così:

  • un intenso senso di colpa (avrei potuto cercare di vederlo, potevo pensare di fargli avere un cellulare per comunicare, dovevo mandargli un messaggio tramite un infermiere o un dottore…);
  • sensazione di sconforto dovuta al pensiero di avere mancato, di avere fallito umanamente nei confronti di chi è morto (non sono stato in grado di dirti che sono qui con te, di proteggerti, di consolarti);
  • pensieri frequentissimi, a volte snervanti e molto acuti, fortemente deprimenti e carichi di angoscia perché riferiti in maniera continua a ricostruire o immaginare come la persona deceduta avrà vissuto gli ultimi giorni (cosa avrà pensato? Come si sarà sentito restando da solo?);
  • ira e rabbia per il senso di ingiustizia che si prova dovuto proprio alla causa della morte (non è giusto che mio padre sia morto così, non si può morire di qualcosa che non si vede, di un virus che arriva da lontano, non è possibile morire perché la scienza non trova un vaccino…).

Elaborare un lutto, come dicevamo all’inizio, non è una cosa semplice; basti pensare che bisogna attraversare 5 fasi:

  1. Negazione,
  2. Rabbia,
  3. Contrattazione e patteggiamento,
  4. Depressione,
  5. Accettazione.

Alcuni studiosi hanno stimato che, per non aver portato a compimento le azioni rituali necessarie, i sopravvissuti potrebbero rimanere imprigionati nella prima fase, quella della negazione e non evolvere verso lo stato di accettazione.

Tutto all’improvviso. Per tanti è stato così: quanti anziani genitori sono entrati ospedale per operazioni di routine e poi… non si rivedono più.

Come fare a superare la prima fase, quella della negazione?

Oltremagazine.com mette in risalto alcuni metodi:

  • Condividere l’esperienza dolosa con i propri conoscenti, anche tramite i social network;
  • Individuare un tempo preciso durante la giornata, anche breve, da dedicare a chi abbiamo perso;
  • Allestire lo spazio da dedicare al ricordo. Non c’è bisogno di nulla di complesso, può essere sufficiente una candela o una luce particolare;
  • Narrare quello che si prova. Si può farlo ad alta voce o in forma scritta con lettere e messaggi da condividere o da custodire per sé;
  • Mantenere viva la memoria ricordando l’intera vita del nostro caro;
  • Creare rituali, anche semplici, per salutare e ringraziare il defunto. Si può farlo con l’accensione di una candela, l’omaggio di un fiore;
  • Progettare il futuro. Tutto ciò rappresenta da un lato una modalità per ‘continuare’ la vita e dall’altro la testimonianza concreta dell’amore per chi abbiamo perso prendendoci cura di tutte le conseguenze.

Per fortuna la situazione si è placata, la Fase 3 ha riaperto spiragli di luce. E’ possibile tornare nei cimiteri e portare un fiore ai propri defunti, è possibile celebrare funerali.

Certo, per chi ha perso un caro amico o un genitore nel corso della pandemia da Covid-19, la strada del recupero è lunga e difficile.

Ma noi ci siamo, anche per loro: in collaborazione con Enkyklios – Associazione di Promozione Sociale e Culturale, infatti offriamo gratuitamente ai nostri clienti uno spazio di ascolto protetto e qualificato, finalizzato al sostegno e all’elaborazione del lutto.

Siamo sempre vicini alle famiglie in un momento così difficile come la morte di una persona cara, lo abbiamo sempre fatto e lo facciamo ora più che mai.

Chiese e riti religiosi, al via una nuova normalità

Con la Fase 2 operativa dallo scorso 4 maggio abbiamo cominciato a vedere barlumi di riapertura: riprendere a tornare nei luoghi di culto, i funerali con massimo 15 persone, sempre rispettando le regole del distanziamento sociale e delle mascherine.

Dal lunedì 18 maggio ancora di più cominciamo a sentirci liberi, perché molte sono le novità dell’ultimo DPCM del 17 maggio, che permettono a tante attività di rialzare le saracinesche, mettendo in atto tutte le indicazioni di sicurezza necessarie.

L’emergenza c’è ancora, il Coronavirus è sempre nella nostra Italia, quindi massima attenzione ovunque. Anche nei luoghi di culto, anche nelle chiese, dove però possiamo finalmente tornare.

Come si potrà assistere a un rito religioso? Le linee guida sono chiare in materia e oggi vogliamo proprio darvene conto.

In primis il distanziamento sociale è la priorità: infatti in tutte le chiese, sulle panche, sono stati messi dei bollini adesivi che indicano dove è possibile sedersi.

Mascherine da indossare obbligatoriamente, in alcune città c’è anche l’obbligo dei guanti.

Sarà necessario anche igienizzarsi le mani: così verranno sistemati “distributori” di gel all’ingresso: altra precauzione anti contagio necessaria anche in tutte le attività commerciali.

E quando c’è un funerale, come ci deve comportare?

In base al DPCM del 17 maggio 2020, la Federazione nazionale imprese onoranze funebri (Feniof) ha spiegato gli articoli relativi alle disposizioni della chiesa durante le esequie, che si dovranno seguire dal 18 maggio al 14 giugno.

In esso, tra le altre cose, si stabilisce che:

“Può essere prevista la presenza di un organista, ma in questa fase si ometta il coro. Tra i riti preparatori alla Comunione si continui a omettere lo scambio del segno della pace. La distribuzione della Comunione avvenga dopo che il celebrante e l’eventuale ministro straordinario avranno curato l’igiene delle loro mani e indossato guanti monouso; gli stessi – indossando la mascherina, avendo massima attenzione a coprirsi naso e bocca e mantenendo un’adeguata distanza di sicurezza – abbiano cura di offrire l’ostia senza venire a contatto con le mani dei fedeli. Le eventuali offerte non siano raccolte durante la celebrazione, ma attraverso appositi contenitori, che possono essere collocati agli ingressi o in altro luogo ritenuto idoneo.”

A ciò va aggiunto che:

  • non è consentito accedere al luogo della celebrazione in caso di sintomi influenzali/respiratori o in presenza di temperatura corporea pari o superiore ai 37,5° C;
  • Viene altresì ricordato ai fedeli che non è consentito l’accesso al luogo della celebrazione a coloro che sono stati in contatto con persone positive a SARS-CoV-2 nei giorni precedenti;
  • Va favorito, per quanto possibile, l’accesso delle persone diversamente abili, prevedendo luoghi appositi per la loro partecipazione alle celebrazioni nel rispetto della normativa vigente;
  • Si continuano a mantenere vuote le acquasantiere della chiesa.

Tante disposizioni che possono essere viste come limitazioni ma che sono comunque necessarie per tutelare la salute pubblica, la salute di tutti, il bene più prezioso che abbiamo.

Per noi e per i nostri colleghi, sono stati mesi duri: abbiamo visto morire persone da sole, senza che nessuno potesse salutarli. Non è stato facile lavorare con una pandemia in corso ma:

“Abbiamo scelto sì un lavoro spesso deriso, offeso… del quale faremmo volentieri a meno se il momento non richiedesse la nostra presenza. Ci esponiamo ai rischi, anche di un contagio, ritenendo che la dignità di una persona debba essere rispettata anche dopo la morte. Per noi i defunti sono persone da onorare e non merce da smaltire, come troppo spesso vediamo fare. Ma noi non ci tiriamo indietro, siamo lì, anche di fronte alle difficoltà.”

Il Coronavirus ha stravolto il nostro modo di lavorare soprattutto ha mutato il rapporto con le famiglie, tutta l’empatia, la vicinanza e la comprensione che ci contraddistinguono: “I funerali erano anche il luogo in cui augurare alla persona cara di riposare in pace, sono diventati – con la pandemia – una semplice e veloce sepoltura. Un nuovo paradigma è entrato nelle nostre vite, e non c’è bisogno di essere cristiani e credenti per provare un ulteriore nodo in gola a dover rimanere soli nella propria sofferenza, le mani con i guanti, la mascherina sulla bocca, la voglia di piangere.”

Giornate, settimane, mesi in cui si è parlato di funerali da Codiv-19 in cui affetto, lacrime, dolore, tutto era nascosto, impossibile da sfogare sfiorando la bara del proprio caro.

Poi la Fase 2, dal 4 maggio, qualche sorriso in più, una parvenza di normalità in cui almeno 15 persone possono dare l’ultimo saluto al proprio caro.

Ora finalmente qualcosa in più: un altro passaggio importante, un respiro anche per noi che non ci siamo fermati un attimo ma che, dopo tanto silenzio e dolore, torniamo a risentire il rumore del traffico e riascoltare la voce delle persone, e questa è stata per noi un’emozione unica.

Da qualche giorno c’è una nuova normalità anche per noi fatta di sorrisi sotto le mascherine, occhi che si guardano e corpi che cercano un abbraccio ancora virtuale.

Da questa settimana vogliamo tornare a sperare, con tutte le precauzioni del caso, ma comunque tornare a sperare, e lo facciamo anche grazie alle parole del nostro Papa Francesco:

“Preghiamo oggi per le persone che si occupano di seppellire i defunti in questa pandemia. È una delle opere di misericordia seppellire i defunti e non è una cosa gradevole naturalmente. Preghiamo per loro che rischiano anche la vita e di prendere il contagio”.

 

Fase 2, le novità per i riti funebri

Ci siamo, la fase 2 è ufficialmente avviata e con essa la convivenza con il Covid-19. Attenzione però, come dice il presidente del consiglio Giuseppe Conte, non si tratta di un “liberi tutti”, ma di un periodo in cui il nostro senso di comunità deve essere ancora più forte di prima.

Il Coronavirus è ancora in giro, quindi i dispositivi di protezione individuale, insieme al distanziamento sociale, sono la priorità di tutti e per tutti.

Riepiloghiamo cosa è previsto di nuovo nel Dpcm operativo fino al prossimo 18 maggio:

  1. Saranno consentite le visite ai familiari ed ai c.d. “congiunti”;
  2. Resta il divieto di spostamento tra regioni salvo che per comprovate esigenze di salute, lavoro e urgenze;
  3. L’autocertificazione resterà a regime fino a quando saranno necessari delle restrizioni agli spostamenti;
  4. Verranno riaperte ville e giardini pubblici, ma dovranno essere mantenute le distanze di sicurezza con possibilità dei singoli comuni di dettare restrizioni e specifiche locali;
  5. Le attività sportive e motorie sanno consentite a livello individuale anche lontano dalla propria abitazione, ma con l’obbligo di mantenere la distanza di 2 metri. No agli allenamenti collettivi che saranno forse possibili dopo il 18 maggio;
  6. Saranno consentite le cerimonie funebri ma con l’esclusiva partecipazione di parenti di primo e secondo grado e, comunque fino al massimo di 15 persone. Le funzioni dovranno svolgersi preferibilmente all’aperto, indossando mascherine protettive e rispettando le distanze di sicurezza tra gli intervenuti. Il DPCM pertanto non esclude categoricamente che le funzioni possano avvenire in luoghi chiusi, purchè nel rispetto delle norme di sicurezza;
  7. Ancora stop alle messe (vige ancora la sospensione delle manifestazioni ed eventi di carattere religioso, svolti in luogo pubblico o privato, ivi comprese le cerimonie civili e religiose) ma è prevista l’apertura dei luoghi di culto condizionata all’adozione di misure organizzative tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro;
  8. Saranno consentite le attività di ristorazione con asporto, rispettando le distanze e sempre con l’accesso di una sola persona per volta;
  9. Riprenderanno le attività del settore manifatturiero ed edile, ed il commercio all’ingrosso funzionale ai due settori.

Anche per noi dunque le cose cambiano profondamente e siamo contenti che finalmente i famigliari potranno dare il loro ultimo saluto alle persone care.

Questa pandemia si è portata (e si porta ancora) via la vita di tante persone, soprattutto anziani magari nonni che non sono nemmeno riusciti a salutare per l’ultima volta figli e nipoti.

E vi assicuriamo che non è facile fare il nostro lavoro con una pandemia in corso: “Abbiamo scelto sì un lavoro spesso deriso, offeso… del quale faremmo volentieri a meno se il momento non richiedesse la nostra presenza. Ci esponiamo ai rischi, anche di un contagio, ritenendo che la dignità di una persona debba essere rispettata anche dopo la morte. Per noi i defunti sono persone da onorare e non merce da smaltire, come troppo spesso vediamo fare.Ma noi non ci tiriamo indietro, siamo lì, anche di fronte alle difficoltà.”

C’è stato uno stravolgimento come mai prima nel settore funerario: “Non si celebrano più i funerali. Non ci sono più le camere ardenti, né le messe, né i commiati. Una veloce preghiera e una benedizione, a questo si riduce l’ultimo saluto. Nell’emergenza sanitaria che colpisce il mondo si muore ancora più soli e come si dice “oltre al danno le beffe”. Si consuma tutto in fretta. Le imprese di onoranze funebri – in tutto questo – che compito hanno? Quello di consigliare ai parenti dei defunti di non far partecipare alle esequie troppa gente, e tutti rispettano le regole. Il rischio di contagio si evita abolendo di fatto i minuti di raccoglimento, le condoglianze, la possibilità di rimanere uniti nel ricordo e nel dolore.”

Ora piano piano si prova a tornare alla normalità e svolgere funerali alla presenza anche solo di 15 persone, nel rispetto delle regole dettaci, è già un grande traguardo.

Attenzione: le chiese sono ancora chiuse, quindi i riti dovranno svolgersi in un luogo di culto aperto; questo vuol dire che, come scritto nel Decreto, sono vietati gli assembramenti quindi nessun corteo a seguito del feretro.

Così come, nel caso in cui venga celebrata la messa, è fatto divieto di contatto fisico durante la celebrazione come lo scambio della pace.

Il tutto sempre con l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuali e nel rispetto del distanziamento sociale anche nei cimiteri.

Cosa vuol dire tutto questo per l’Abruzzo? Che sono riaperti i cimiteri a Pescara, Francavilla, Montesilvano, Chieti. Nel capoluogo teatino, l’ordinanza del sindaco ha stabilito che “sarà possibile tornare a far visita ai defunti dalle ore 8 alle 18, con l’accesso dei soli pedoni, escludendo l’ingresso mediante veicoli. Resta vietata ogni forma di assembramento.”

Finalmente si potrà tornare a deporre un fiore sulle tombe dei nostri cari, a lasciare una preghiera e salutare chi ci lasciato da solo senza una carezza per colpa di questo virus maledetto.

In merito alle nuove disposizioni contenuti nel DPCM, infine ci sono le precisazioni in una nota CEI (Conferenza Episcopale Italiano) sul tema sicurezza:

“Prima dell’accesso in chiesa dei partecipanti alle esequie funebri, sia garantita da un addetto alla sicurezza la misurazione della temperatura corporea, attraverso un termometro digitale o un termo-scanner. Questa disposizione è richiesta anche per le celebrazioni all’aperto. Venga bloccato l’accesso a chi risulti avere una temperatura corporea superiore ai 37,5°C. Il sacerdote indossi la mascherina, avendo cura di coprirsi adeguatamente naso e bocca, e mantenga a sua volta un’adeguata distanza di sicurezza.”

Con tanta attenzione e rispetto verso la comunità torneremo a quella amata quotidianità messa a dura prova dal Codiv-19; ancora un po’ di pazienza per tornare a vivere in libertà!

Il funerale da Codiv-19: alcune regole da rispettare

Dire addio alla persona cara con una preghiera, senza poterle dare l’ultimo saluto, senza poter partecipare al rito funebre.

Tutto questo è il nostro lavoro in piena pandemia da Codiv-19:

“Le imprese di onoranze funebri – in tutto questo – che compito hanno? Quello di 

consigliare ai parenti dei defunti di non far partecipare alle esequie troppa gente, e tutti rispettano le regole. Il rischio di contagio si evita abolendo di fatto i minuti di raccoglimento, le condoglianze, la possibilità di rimanere uniti nel ricordo e nel dolore. I cortei funebri non esistono più.”

È questo il nostro mestiere in tempi di Coronavirus:

“Ci esponiamo ai rischi, anche di un contagio, ritenendo che la dignità di una persona debba essere rispettata anche dopo la morte. Per noi i defunti sono persone da onorare e non merce da smaltire, come troppo spesso vediamo fare.”

Un mestiere che il virus ha modificato a livello di regole da tenere proprio per evitare contagi ma sempre nel pieno rispetto dal defunto/a.

Oggi quindi ti facciamo entrare in quelli che sono gli aspetti di legge, le regole da tenere per chi fa il nostro lavoro.

Dunque, tutto è cambiato con la nuova ordinanza della Protezione civile in data 25 marzo 2020; ordinanza n. 000655 che, all’art. 4 comma 2, stabilisce:

“Al fine di superare le criticità, dovute al crescente numero di decessi, ed all’accumulo straordinario di feretri in giacenza, contenenti salme di defunti positivi al COVID-19, con la conseguente saturazione dei cimiteri e degli impianti di cremazione, è autorizzata, anche in deroga alle procedure ordinarie previste dal D.P.R. 10 settembre 1990 n. 285, la tumulazione o l’inumazione del feretro in apposito campo a prato verde nei cimiteri in tutti i casi in cui entro 48 ore dal decesso non vi sia manifestazione di volontà da parte dei famigliari dei defunti in ordine alla sepoltura,  ovvero non sia possibile dare seguito alla volontà di cremazione del defunto entro tre giorni, nel caso in cui risultino saturi gli impianti di cremazione della Provincia”.

Nuove regole da seguire, nuovo modo di eseguire il nostro lavoro come, per esempio, la rimozione della salma e il confezionamento del feretro.

Due passaggi che devono comunque avvenire cercando di evitare forme di contagio in quanto, nel caso si tratti di salma positiva al Codiv-19, gli elementi presenti (specie in casa) restano contaminati; si potrebbe trattare di un comodino, del letto e altro ancora.

Sul sito funerali.org si legge altresì:

“Qualora ai termini dell’art. 31 del D.P.R. 285/1990, sia ammesso l’uso della plastica biodegradabile, succedanea della cassa metallica, per i tragitti verso il crematorio e per il deposito temporaneo in camera mortuaria, in attesa di cremazione e se il feretro è predisposto per defunto portatore di malattia infettivo-diffusiva, è suggerito l’impiego aggiuntivo, interno o esterno al feretro di elemento rigido o flessibile impermeabile e utilizzo di abbondante strato assorbente sul fondo della cassa, nella considerazione delle possibili interazioni nocive di tale materiale plastico con il disinfettante, di cui è imbevuto il lenzuolo che avvolge il defunto.”

Cimitero o cremazione? Al di là della volontà espressa in vita ai famigliari, è questa la scelta per chi è malato di Coronavirus e non è riuscito a superare la malattia.

Anche in questo caso noi operatori abbiamo delle regole da seguire. Se si tratta di tumulazione al cimitero, ma quest’ultimo ha richieste che eccedano la sua portata, sarà necessario:

  1. La camera mortuaria sarà sede provvisoria della custodia dei feretri provenienti dai cimiteri saturi;
  2. Sono comunque consentite, in caso di sepoltura di morto in presenza di malattia infettivo-diffusiva, sia la inumazione sia la tumulazione (solo stagna);
  3. Predisporre procedure per la gestione di materiali potenzialmente infetti derivanti da attività svolte nel cimitero, nel crematorio, in obitorio, deposito di osservazione;
  4. Sono ovviamente sospese i riti religiosi legati alla sepoltura;
  5. Si dà precedenza ai riti di sepoltura e cremazione subito dopo il funerale, mentre le attività non urgenti (esumazioni ordinarie ed estumulazioni non collegate a funerale) dovrebbero essere riprogrammate alla fine del periodo emergenziale.

Nei casi in cui si proceda alla cremazione, è necessario:

  • Provvedere all’igienizzazione del feretro, prima dell’asportazione degli elementi metallici esterni;
  • Ampliare gli orari di effettuazione delle cremazioni elaborando le opportune turnazioni del personale a disposizione;
  • Potenziare le scorte dei materiali di consumo e piccola manutenzione dell’impianto crematorio.

Insomma, non è facile lavorare quando c’è una pandemia in atto; non lo è per nessuno tanto meno per noi.

Ecco perché vogliamo chiudere con il pensiero del presidente di Assocofani Marco Ghirardotti:

Tv, giornali, Web, hanno fatto i plausi a tutti, camionisti, dipendenti dei supermercati, infermieri, dottori, volontari etc. d’accordissimo con voi e unito a voi… più che mai.
Ma alle agenzie di onoranze funebri ed agli operatori del settore, che da giorni continuano a dare la loro disponibilità e si sono messi al servizio delle famiglie e dei dolenti per organizzare nonostante tutto dei funerali dignitosi ai loro cari deceduti in questo triste periodo?
Hanno dovuto affrontare situazioni pericolose e tutt’ora le affrontano con il rischio di essere contagiati anche loro …. ma nessuno li ha ancora citati…
Alle aziende funebri del settore produttivo che stanno facendo turni doppi per sostenere ed affiancare i loro clienti rifornendoli di tutto il necessario per l’espletamento del loro indispensabile lavoro?
A questo punto oggi lo voglio fare io!
Quindi un grande applauso a tutta la categoria, con l’augurio che presto tutto torni alla normalità.

No, non è facile lavorare con una pandemia in corso

Non è facile, non è lo è per nessuno combattere contro un nemico invisibile che si chiama Covid-19 e che ha scatenato una pandemia cioè “una malattia epidemica che, diffondendosi rapidamente tra le persone, si espande in vaste aree geografiche su scala planetaria, coinvolgendo di conseguenza gran parte della popolazione mondiale, nella malattia stessa o nel semplice rischio di contrarla.” (Wikipedia)

Non è facile né per chi è costretto a restare a casa, né per coloro che devono lavorare e vivere costantemente con il rischio di ammalarsi e far ammalare i suoi cari.

Tra queste persone ci siamo anche noi che, come gli altri ci siamo ritrovati a vivere e lavorare in una situazione pesante e difficile.

La morte ai tempi del Coronavirus: “Molti infatti non possono nemmeno salutare per l’ultima volta i loro cari perché il Coronavirus ti lascia solo magari in isolamento, più probabile in ospedale nel reparto di Terapia Intensiva. E’ questo il dolore più grande che ci portiamo dentro in queste ore drammatiche; ma è il nostro lavoro e noi non ci tiriamo indietro, siamo lì, anche di fronte alle difficoltà.”

Già… l’ultimo saluto, il momento più intimo e toccante per parenti e amici e il più delicato per noi, spazzato via, negato, da questo maledetto virus.

Solo noi, la bara e il prete per un ultimo pensiero a chi non ce l’ha fatta a chi si è arreso. No, non è facile lavorare così…

La pandemia ha stravolto i funerali, i suoi riti: “Oggi chi piange, piange in solitudine, distante almeno un metro dagli altri parenti. Il coronavirus ha aggiunto dolore al dolore, ha stravolto le nostre vite e i nostri lutti.”

Vedere le camionette dell’Esercito italiano che trasporta bare da Bergamo ad altre città perché non c’è posto al cimitero, corpi cremati e famiglia in attesa delle ceneri dei loro cari… No, non è facile.

Parenti che da lontano piangono e pregano per i loro cari e sempre più sono le richieste di evitare fiori bensì aumentano le richieste di fare donazioni affinchè il momento di dolore si trasformi in un gesto di solidarietà e speranza.

Speranza e aiuto verso i nuovi eroi: i medici, gli infermieri e tutto il personale ospedaliero che ogni giorno, senza sosta, aiutano le persone aggredite da un virus vigliacco, che a volte può rivelarsi letale.

Purtroppo non sempre l’eroe vince e qualcuno si spegne tra le loro mani.

No, non è facile in un momento così subentrare perché stai lavorando.

Abbiamo scelto sì un lavoro spesso deriso, offeso… del quale faremmo volentieri a meno se il momento non richiedesse la nostra presenza.

Ci esponiamo ai rischi, anche di un contagio, ritenendo che la dignità di una persona debba essere rispettata anche dopo la morte. Per noi i defunti sono persone da onorare e non merce da smaltire, come troppo spesso vediamo fare.

Ma noi non ci tiriamo indietro, siamo lì, anche di fronte alle difficoltà.

No, non è facile ma siamo lì, rispettando le reazioni di ognuno, perché come dice un nostro amico sacerdote: abbiamo scelto una “professione che è caratterizzata per il suo servizio alla sofferenza dell’uomo”.

Non è facile lavorare quando il mondo è alle prese con una pandemia; a volte vorresti solo piangere e non pensare…

Poi accendi la Tv e un grande uomo che è il nostro Papa Francesco, pronuncia queste parole:

“Ci siamo trovati impauriti, siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa, ci siamo resi conto di trovarci tutti sulla stessa barca…tutti fragili e disorientati, ma allo stesso tempo importanti e necessari. Tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti, tutti. Non possiamo andare ciascuno per conto suo…ma solo insieme.”

È in quel momento che torna la speranza e si riaccende il motore che ci porta a fare questo lavoro, che ogni giorno ci fa dire: “Sempre al vostro fianco”.

La morte ai tempi del Coronavirus

Non è un momento facile per l’intera Italia, non è mai successo di vedere il nostro paese chiuso, limitato e bloccato.

Ma era una necessità, un dovere per dare ancora valore alla vita e far cessare questa emergenza che si chiama Coronavirus.

Un’ emergenza nazionale che vede coinvolte tutte le regioni e che mette davanti a un’allarmante situazione fatti di cifre che fanno paura; i dati della Protezione Civile (al momento della pubblicazione dell’articolo) parlano di 7.985 malati ha segnato un aumento di 1.598 rispetto a ieri; i guariti sono 724 in totale, 102 nelle ultime 24 ore. I decessi invece, arrivati a 463 in totale, sono 97 in più di ieri.

Di questi, riferisce Borrelli: “L’1% si trova nella fascia di età tra 50 e 59 anni, il 10% nella fascia tra 60 e 69 anni, 31% tra 70 e 79 anni, il 44% nella fascia 80-89 anni e il 14% è ultranovantenne”.

Morire di Coronavirus si può, purtroppo sì e a farne le spese, come notato, sono le persone anziane; quelle fasce di popolazione cioè in cui sono presenti patologie pregresse che, con la potenza di questo virus, danneggia irrimediabilmente il sistema immunitario.

Interessante è l’intervista fatta dal sito Si può dire Morte al medico Marco Lesca, che lavora da anni sul territorio piemontese.

Alla domanda come si affronta il lutto con i parenti, risponde:

“Negli anni ho compreso che ciò che mi spaventa nel vedere la morte è la certezza che prima o poi morirò anche io. Un buon medico deve fare i conti con la propria morte per stare accanto a chi perde qualcuno e a chi sta per morire, ma anche per non essere schiacciato dalla sensazione d’impotenza. Ho imparato che con i familiari e i pazienti bisogna comunicare come si fa con i bambini, senza dare la possibilità di fraintendimenti, e che è necessario, soprattutto in caso di rianimazione, dare frequenti resoconti del nostro operato, per permettere alle persone di comprendere cosa sta accadendo in tempo reale.”

Non facile per chi fa il nostro lavoro sentire parlare di cifre così, di vivere una situazione così pesante, di stare vicini a famiglie colpite da un tale dolore.

Molti infatti non possono nemmeno salutare per l’ultima volta i loro cari perché il Coronavirus ti lascia solo magari in isolamento, più probabile in ospedale nel reparto di Terapia Intensiva.

E’ questo il dolore più grande che ci portiamo dentro in queste ore drammatiche; ma è il nostro lavoro e noi non ci tiriamo indietro, siamo lì, anche di fronte alle difficoltà.

Ci esponiamo ai rischi, anche di un contagio, ritenendo che la dignità di una persona debba essere rispettata anche dopo la morte. Per noi i defunti sono persone da onorare e non merce da smaltire, come troppo spesso vediamo fare.

Sicuramente un lavoro difficile, molte volte ci sentiamo ripetere che non tutti ne sarebbero capaci, ma lo amiamo.

Abbiamo scelto di stare accanto alle famiglie in un momento delicato e di grande fragilità emotiva. Ogni persona affronta il lutto in modo diverso: chi rimane distaccato, chi invece segue e cura ogni dettaglio, chi sceglie di raccontare e chi si chiude in un “assordante” silenzio.

Ma noi siamo lì, rispettando le reazioni di ognuno, perché come dice un nostro amico sacerdote: abbiamo scelto una “professione che è caratterizzata per il suo servizio alla sofferenza dell’uomo”.

Non è un momento facile ma ce la faremo, tutti insieme avendo sempre un pensiero per chi non c’è più magari semplicemente portando un fiore sulla tomba dei nostri cari…

 “I fiori sanno ridere, i fiori sanno sorridere, i fiori sanno anche assumere un’aria triste, giungendo persino alla disperazione – ma nessun fiore sa piangere. La natura è totalmente stoica; per questo ci offre il più sublime esempio di coraggio ed è la nostra maggiore consolatrice. (Malcolm de Chazal)