La cremazione: aspetti psico-sociali

Nessuno vorrebbe dire addio…

Una parola che spezza, taglia i rapporti e chiude ogni porta. Addio è non vedersi più, mai più.

Salutarsi per sempre no, non piace a nessuno specie se si tratta di cari amici o cari parenti.

Eppure morire fa parte della vita la quale è un ciclo che ci vede nascere, crescere, vivere e appunto morire.

Lasciare andare… per sempre… È questo un passaggio chiave: lasciare andare e accettare la morte; un passaggio chiave ma difficile perché è più semplice negare che non vedremo più quella persona.

Ecco perché forse, la cremazione è una pratica che si sta diffondendo parecchio nel mondo: avere con sé un ricordo tangibile del proprio caro, un’urna dove pregare, volgere lo sguardo nei momenti di difficoltà o un sorriso di ringraziamento.

L’analisi dei dati statistici elaborati e pubblicati da Sefit (Servizi funerari italiani) dal 1995 al 2005 si passa da 31 crematori a 43 crematori (+12); mentre dal 2006 al 2018 da 44 a 83 crematori (+39).

Nel dettaglio: nel 1995 si sono registrate 15.436 cremazioni pari al 2,78% dei decessi; nel 2005 48.196 cremazioni pari al 8,50% dei decessi; nel 2018 si sono registrate n. 183.146 cremazioni pari al 28,93% dei decessi (sostanzialmente il 30%).

Al di là dei numeri, in un precedente articolo sulla cremazione dicevamo: “Lasciar andare una persona cara non è facile; accettare la fine della vita men che meno. Cremazione o cimitero sono riti per accompagnarlo/a nel suo ultimo viaggio ma la cosa più importante è che il loro ricordo resterà sempre vivo dentro noi.”

A tal proposito, interessante è un articolo sui riti pubblicato sul sito Si può dire morte a firma Marina Sozzi:

“[…] Che le modalità di sepoltura siano cambiate è un dato: nel 2016 (ultimi dati disponibili) è stata scelta la cremazione dal 23% delle persone, l’inumazione dal 33% e la tumulazione dal 44%. La scelta cremazionista cresce, per ragioni in parte culturali e in parte economiche. Non credo né ho mai creduto che l’aumento della cremazione, in Italia come in altri paesi, sia sintomo di una deritualizzazione. Al contrario, nei luoghi in cui è stato proposto un rito del commiato per accompagnare l’affidamento della salma al crematorio, si è fatta un’importante operazione culturale: far riflettere i familiari sull’esigenza di un addio che abbia una struttura rituale, ma che corrisponda anche al desiderio di personalizzazione molto diffuso in Occidente: una poesia, una musica, qualche parola in memoria del defunto pronunciata da chi lo ha amato. Nei crematori dove c’è stata l’offerta di un rito, la popolazione ha maturato anche la capacità di celebrarlo a immagine e somiglianza del morto.”

Ci viene da pensare a quelle salme trasportate da Bergamo in altri posti d’Italia su camion dell’Esercito, persone che non avuto nemmeno la possibilità di sorridere, parlare, accarezzare per l’ultima volta i propri cari perché morire ai tempi del Coronavirus non è affatto naturale e facile. Nemmeno per noi:

“Non facile per chi fa il nostro lavoro sentire parlare di cifre così, di vivere una situazione così pesante, di stare vicini a famiglie colpite da un tale dolore. Molti infatti non possono nemmeno salutare per l’ultima volta i loro cari perché il Coronavirus ti lascia solo magari in isolamento, più probabile in ospedale nel reparto di Terapia Intensiva. È questo il dolore più grande che ci portiamo dentro in queste ore drammatiche; ma è il nostro lavoro e noi non ci tiriamo indietro, siamo lì, anche di fronte alle difficoltà. Ci esponiamo ai rischi, anche di un contagio, ritenendo che la dignità di una persona debba essere rispettata anche dopo la morte. Per noi i defunti sono persone da onorare e non merce da smaltire, come troppo spesso vediamo fare. Sicuramente un lavoro difficile, molte volte ci sentiamo ripetere che non tutti ne sarebbero capaci, ma lo amiamo.”

Ecco perché celebrare un rito funebre anche quando si tratta di cremazione è un gesto di delicatezza e rispetto per chi rimane che deve accettare la morte, deve superare il lutto e vivere nel ricordo della persona cara.

I riti funerari dunque, ne abbiamo già parlato in merito al Giappone e, facendo un salto nel tempo, ai Nativi d’America, dimostrano come essi siano un momento di passaggio che va celebrato e ricordato.

Eppure, quando si parla di morte c’è ancora un tabù: quello dei bambini. Come spiegare loro la fine della vita? Come spiegare la cremazione a un giovane che ha perso un caro?

Molto interessante l’intervista che Alice Spiga, direttrice SO.CREM Bologna, ha fatto sul tema al professor Francesco Campione, tanatologo, Presidente dell’Associazione Rivivere e autore del libro La domanda che vola – Educare i bambini alla morte e al lutto.

Ecco un estratto:

“La prima domanda che potremmo porci, nell’analizzare la scena cui lei ha casualmente assistito, – esordisce il prof. Campione – è per quale motivo la madre abbassi la voce nel nominare il crematorio. Dietro l’abbassamento del tono ci sono infatti tre tabù principali, molto diffusi nella società italiana contemporanea:

  1. Il tabù della morte, per cui evitiamo del tutto di parlare di morte con i bambini perché siamo convinti che la morte non debba avere nulla a che fare con loro, che debbano essere preservati e tenuti all’oscuro finché non riteniamo che possano sopportare l’esistenza della morte.
  2. Il tabù del funerale, per cui talvolta abbiamo talmente paura che la partecipazione a un funerale possa traumatizzarli che scegliamo per loro di tenerli a casa, senza coinvolgerli nella decisione se partecipare oppure no (anche perché spesso non sappiamo nemmeno come spiegargli che cosa sia un funerale).
  3. Il tabù del destino del corpo dopo la morte. È in questo tabù che risiede la cremazione, insieme al polo crematorio e alle altre forme di trattamento del cadavere: tumulazione e sepoltura.”

E se il bambino dovesse cominciare, per un motivo o per un altro, a porre delle domande sulla cremazione? Che cosa dovrebbe rispondere un genitore?

“Le risposte sulla cremazione dipendono da un primo fattore fondamentale: l’età del bambino. Secondo le tappe evolutive del concetto di morte (1) che la ricerca psicologica ha individuato allo stato attuale, i bambini:

  • Fino ai 3 anni sono convinti che la morte sia un evento reversibile e non universale del quale tende a non comprenderne le cause.
  • Tra i 4 e i 6 anni comprendono che la morte è irreversibile e universale, ma la causa può essere anche non naturale o biologica (ad esempio una magia o una volontà cattiva).
  • Tra i 6 e i 9 anni comprendono che la morte è una cessazione irreversibile delle funzioni vitali, che avviene per ragioni biologiche, che è universale e che riguarda anche loro.”

Oggi vogliamo lasciarvi con una riflessione e con l’invito a continuare a seguire il nostro blog nel quale vi faremo conoscere tutti gli aspetti del nostro lavoro.

Vita e morte non sono due estremi lontani l’uno dall’altro. Sono come due gambe che camminano insieme, ed entrambe ti appartengono. In questo stesso istante stai vivendo e morendo allo stesso tempo. Qualcosa in te muore a ogni istante. Nell’arco di settant’anni la morte arriverà a compimento. In ogni istante continui a morire, e alla fine morirai davvero.

(Osho)