Chiese e riti religiosi, al via una nuova normalità

Con la Fase 2 operativa dallo scorso 4 maggio abbiamo cominciato a vedere barlumi di riapertura: riprendere a tornare nei luoghi di culto, i funerali con massimo 15 persone, sempre rispettando le regole del distanziamento sociale e delle mascherine.

Dal lunedì 18 maggio ancora di più cominciamo a sentirci liberi, perché molte sono le novità dell’ultimo DPCM del 17 maggio, che permettono a tante attività di rialzare le saracinesche, mettendo in atto tutte le indicazioni di sicurezza necessarie.

L’emergenza c’è ancora, il Coronavirus è sempre nella nostra Italia, quindi massima attenzione ovunque. Anche nei luoghi di culto, anche nelle chiese, dove però possiamo finalmente tornare.

Come si potrà assistere a un rito religioso? Le linee guida sono chiare in materia e oggi vogliamo proprio darvene conto.

In primis il distanziamento sociale è la priorità: infatti in tutte le chiese, sulle panche, sono stati messi dei bollini adesivi che indicano dove è possibile sedersi.

Mascherine da indossare obbligatoriamente, in alcune città c’è anche l’obbligo dei guanti.

Sarà necessario anche igienizzarsi le mani: così verranno sistemati “distributori” di gel all’ingresso: altra precauzione anti contagio necessaria anche in tutte le attività commerciali.

E quando c’è un funerale, come ci deve comportare?

In base al DPCM del 17 maggio 2020, la Federazione nazionale imprese onoranze funebri (Feniof) ha spiegato gli articoli relativi alle disposizioni della chiesa durante le esequie, che si dovranno seguire dal 18 maggio al 14 giugno.

In esso, tra le altre cose, si stabilisce che:

“Può essere prevista la presenza di un organista, ma in questa fase si ometta il coro. Tra i riti preparatori alla Comunione si continui a omettere lo scambio del segno della pace. La distribuzione della Comunione avvenga dopo che il celebrante e l’eventuale ministro straordinario avranno curato l’igiene delle loro mani e indossato guanti monouso; gli stessi – indossando la mascherina, avendo massima attenzione a coprirsi naso e bocca e mantenendo un’adeguata distanza di sicurezza – abbiano cura di offrire l’ostia senza venire a contatto con le mani dei fedeli. Le eventuali offerte non siano raccolte durante la celebrazione, ma attraverso appositi contenitori, che possono essere collocati agli ingressi o in altro luogo ritenuto idoneo.”

A ciò va aggiunto che:

  • non è consentito accedere al luogo della celebrazione in caso di sintomi influenzali/respiratori o in presenza di temperatura corporea pari o superiore ai 37,5° C;
  • Viene altresì ricordato ai fedeli che non è consentito l’accesso al luogo della celebrazione a coloro che sono stati in contatto con persone positive a SARS-CoV-2 nei giorni precedenti;
  • Va favorito, per quanto possibile, l’accesso delle persone diversamente abili, prevedendo luoghi appositi per la loro partecipazione alle celebrazioni nel rispetto della normativa vigente;
  • Si continuano a mantenere vuote le acquasantiere della chiesa.

Tante disposizioni che possono essere viste come limitazioni ma che sono comunque necessarie per tutelare la salute pubblica, la salute di tutti, il bene più prezioso che abbiamo.

Per noi e per i nostri colleghi, sono stati mesi duri: abbiamo visto morire persone da sole, senza che nessuno potesse salutarli. Non è stato facile lavorare con una pandemia in corso ma:

“Abbiamo scelto sì un lavoro spesso deriso, offeso… del quale faremmo volentieri a meno se il momento non richiedesse la nostra presenza. Ci esponiamo ai rischi, anche di un contagio, ritenendo che la dignità di una persona debba essere rispettata anche dopo la morte. Per noi i defunti sono persone da onorare e non merce da smaltire, come troppo spesso vediamo fare. Ma noi non ci tiriamo indietro, siamo lì, anche di fronte alle difficoltà.”

Il Coronavirus ha stravolto il nostro modo di lavorare soprattutto ha mutato il rapporto con le famiglie, tutta l’empatia, la vicinanza e la comprensione che ci contraddistinguono: “I funerali erano anche il luogo in cui augurare alla persona cara di riposare in pace, sono diventati – con la pandemia – una semplice e veloce sepoltura. Un nuovo paradigma è entrato nelle nostre vite, e non c’è bisogno di essere cristiani e credenti per provare un ulteriore nodo in gola a dover rimanere soli nella propria sofferenza, le mani con i guanti, la mascherina sulla bocca, la voglia di piangere.”

Giornate, settimane, mesi in cui si è parlato di funerali da Codiv-19 in cui affetto, lacrime, dolore, tutto era nascosto, impossibile da sfogare sfiorando la bara del proprio caro.

Poi la Fase 2, dal 4 maggio, qualche sorriso in più, una parvenza di normalità in cui almeno 15 persone possono dare l’ultimo saluto al proprio caro.

Ora finalmente qualcosa in più: un altro passaggio importante, un respiro anche per noi che non ci siamo fermati un attimo ma che, dopo tanto silenzio e dolore, torniamo a risentire il rumore del traffico e riascoltare la voce delle persone, e questa è stata per noi un’emozione unica.

Da qualche giorno c’è una nuova normalità anche per noi fatta di sorrisi sotto le mascherine, occhi che si guardano e corpi che cercano un abbraccio ancora virtuale.

Da questa settimana vogliamo tornare a sperare, con tutte le precauzioni del caso, ma comunque tornare a sperare, e lo facciamo anche grazie alle parole del nostro Papa Francesco:

“Preghiamo oggi per le persone che si occupano di seppellire i defunti in questa pandemia. È una delle opere di misericordia seppellire i defunti e non è una cosa gradevole naturalmente. Preghiamo per loro che rischiano anche la vita e di prendere il contagio”.

 

Onoranze funebri in Tv: tante le serie televisive!

Qualcuno disse: “The show must go on”.

Lo spettacolo deve andare avanti. È una frase che si sente spesso in televisione quando, in diretta o meno, accade qualcosa di grave ma… bisogna andare avanti.

Non solo in tv, è necessario andare avanti sempre e comunque nella vita, soprattutto davanti alle avversità e ai momenti difficili come può essere la perdita di un caro.

La morte e i media: rapporto complesso, delicato. Quando i telegiornali ci portano a conoscenza di eventi di cronaca nera, per la stampa non è mai facile parlare di defunti; sono troppi infatti i fattori in gioco, in primis il rispetto per la salma e per i familiari.

La morte in tv quindi non è una novità, siamo purtroppo abituati a sentir parlare di stragi, incidenti, omicidi etc… ma c’è un aspetto (forse) nuovo e non molto conosciuto: le serie televisive basate sulle Onoranze funebri.

Cioè… in televisione si parla del nostro lavoro!

Sapevate di tutto ciò? Oggi affrontiamo questo argomento particolare, scegliendo quindi un tema più leggero rispetto ad altri quali la Tanatoestica:

“colui o colei (sono molte le donne che si specializzano in questo particolare campo) che si prende cura della salma prima che venga esposta per l’ultimo saluto cercando di conferirle un aspetto più naturale possibile, simile a quello che aveva in vita. Un risultato che viene ottenuto attraverso specifici trattamenti cosmetici e, quanto si rende necessario, con avanzate tecniche ricostruttive.”

O come il fenomeno del Killfie:

“selfie che uccidono; quando cioè per vivere un momento si mette a rischio la propria vita. Una pratica fin troppo (ab)usata dai giovani visto che la fascia d’età più colpita è quella compresa tra i 20 e i 29 anni.”

Oggi no! Siamo più leggeri e vediamo come il nostro lavoro viene portato in Tv; sapete che siamo anche noi un po’ curiosi?

Six Feet Under pare che sia una delle serie Tv più conosciute e che ha appassionato milioni di fan!

È la storia di una famiglia e dei funerali che organizza; nel dettaglio la trama racconta la storia di Nate Fisher che in seguito alla morte del padre decide di diventare socio dell’impresa familiare che ha lasciato il defunto padre.

Scene di vita quotidiana familiare che, ovviamente, ruota intorno all’impresa funebre. In molti episodi, inoltre, si assiste a delle scene inverosimili, come il dialogo tra uno dei personaggi e la persona morta.

Non è qualcosa di nuovo, attenzione: la serie ha oltre 15 anni di vita e, come riporta Wired, ha ricevuto anche importanti riconoscimenti:

“Premiato con nove Emmy e tre Golden Globes e inserito da Time tra i cento migliori telefilm di tutti i tempi. regala un’esperienza da vivere o rivivere prima di finire sei piedi sottoterra come gli sfortunati clienti della Fisher & Sons.”

A quanto pare il mercato televisivo dedicato al nostro lavoro piace e non solo in America!

Anche in Italia c’è un programma, in realtà un reality sul mestiere dei becchini; è ambientata a Napoli e si chiama Morti e stramuorti, in cui anche l’ironia la fa da padrona.

La trama: la famiglia Dell’Anno, titolare da 5 generazioni di un’agenzia di pompe funebri, e i loro collaboratori, sono i protagonisti di otto puntate in cui mostrano il proprio lavoro e l’approccio napoletano all’ultimo viaggio.

Insomma, una storia vera di una famiglia che fa questo lavoro da generazione, proprio come la nostra!

Essere becchini…

Beh, non poteva mancare un programma televisivo che portasse questo nome; infatti esiste e si chiama appunto Il Becchino, serie televisiva svizzera tedesca creata da Hartmut Block, le cui ultime puntate sono andate in onda solo pochi giorni fa!

Si parla di un ex poliziotto, Luc Conrad, che rileva l’impresa familiare di pompe funebri e inizia a fare il becchino. Nonostante il nuovo lavoro continua ad investigare quando sospetta che i cadaveri non siano morti di morte naturale.

E come poteva mancare la piattaforma per eccellenza della Serie Tv?

Netflix infatti presenta Pompe Funebri in cui gli impresari maori Francis e Kaiora Tipene e i loro dipendenti usano umorismo, attenzione e rispetto per aiutare le famiglie ad affrontare un lutto.

Esempi che dimostrano come il nostro lavoro può essere anche condito da ironia e qualche risata; la cosa più importante per noi è il rispetto per il defunto e l’affetto verso familiari ed amici costretti a non salutare, parlare e condividere più le giornate con i propri cari.

Con questo articolo di oggi abbiamo provato a farvi incuriosire su aspetti un po’ più leggeri, speriamo di esserci riusciti e magari siete pronti ad avvicinarvi al nostro lavoro leggendo anche gli atri (presenti e futuri) articoli del blog!

Killfie: morire per un selfie, perché?

La vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia. (Vasco Rossi)

Ci è sembrata la citazione perfetta per l’argomento di oggi. Un tema non facile, non banale e nemmeno da sottovalutare.

In questo articolo parliamo infatti di Killfie, i “selfie che uccidono”; quando cioè per vivere un momento si mette a rischio la propria vita.

Ecco che Vasco ci è sembrato perfetto: un brivido, un equilibrio, la follia… Follia che, con il Killfie, ha perso il suo equilibrio e più che brivido è morte.

Una pratica fin troppo (ab)usata dai giovani visto che la fascia d’età più colpita è quella compresa tra i 20 e i 29 anni.

Rischiare di perdere la vita per un selfie, ma davvero si è arrivati a tanto?

A quanto pare sì… e il sito Life Tre Punto Zero, cerca di darne una spiegazione storica e sociale:

“Addentrandosi nell’aspetto storico possiamo osservare che questo fenomeno sia emerso in maniera recentissima anche se le esperienze estreme e le gesta al limite son sempre state compiute e immortalate in ogni epoca (si veda per esempio la tauromachia). Si può osservare le statistiche che, seppur variegate, ci mettono in guardia: mentre alcuni dati – a nostro avviso imprecisi e forse volutamente allarmistici – riportano 170 morti all’anno, le ultime ricerche attestano che dal 2011 a febbraio 2018 le vittime dichiarate.”

Alla base di questa macabra moda ci sono, tra gli altri, elementi quali “la dispersione scolastica e l’analfabetismo funzionale, che pregiudicano la disponibilità di un ascensore sociale efficiente, l’investimento in capitale umano e, quindi, la crescita individuale e collettiva.” (State of mind)

Quale sarebbe il motivo per cui farsi un selfie ad alto rischio? A quanto pare diversi:

  • per annegamento,
  • per morti legate ai mezzi di trasporto,
  • cadute da posti molto alti,
  • fulminate da scariche elettriche,
  • per incidenti con armi da fuoco,
  • per attacchi da parte di animali selvaggi.

Per chi ama la vita è assurdo pensare a cose del genere, eppure in diversi paesi del mondo è una pratica molto diffusa come in India dove per un Killfie muoiono 159 persone.

A seguire: 16 vittime in Russia, 14 negli USA, 11 in Pakistan, 30 nei paesi asiatici, 17 in Europa, 4 in Africa e 2 in Oceania.

Interessanti spiegazioni e interpretazioni del fenomeno vengono dalle teorie di Daniel Kahneman, psicologo israeliano i cui lavori hanno permesso di applicare la ricerca scientifica nell’ambito della psicologia cognitiva ai fini della comprensione del processo decisionale dei soggetti nella sfera economica, in condizioni sia di certezza sia di incertezza.

 

Si parla cioè di un “Sistema 1” e “Sistema 2”: il primo è intuitivo, impulsivo, è volto alla gratificazione immediata; il secondo invece dà ordine e senso alle informazioni che gli provengono dal “Sistema 1”.

Pare che nei giovani il “Sistema 1” sia quello dominante; l’istinto che prevarica sulla regione e impedisce di capire il pericolo anzi, al contrario, il cervello si eccita davanti a tali situazioni.

Tutto ciò viene poi amplificato dai social o meglio, dall’uso distorto dei social da parte dei ragazzi che rende quindi il Killfie più frequente di quanto lo sia; portando a un’escalation competitiva per sbaragliare tutti gli altri competitors e diventare il capo-branco, ovvero degno di entrare a far parte di una determinata community.

Come risolvere il problema? Non è semplice, non è un processo rapido ma la questione merita allerta da parte di tutti.

Un articolo questo che fa pensare anche noi, non ci ha lasciato indifferenti ma abbiamo ritenuto giusto affrontarlo per metterne a conoscenza i nostri follower e clienti.

Ci vediamo nei prossimi post blog!

Perché un “Blog”? Per condividere la quotidianità di un’azienda “immortale”

Cosa significa “azienda immortale”?

Perché si nasce e si muore …sempre e nessuno è fuori da questo “passaggio”.

Quindi a “ciascuno degna sepoltura” e questo rende il nostro servizio e il nostro settore “immortale”.

Siamo a Pescara da cinque generazioni, da quando Emilio De Florentiis con il figlio Emidio (Midiuccio) e il giovane nipote Alfredo gestiva una bottega di falegnameria.

Dopo essere emigrato in Venezuela, Alfredo, fa ritorno e affianca il papà Emidio nella conduzione dell’Impresa Funebre di famiglia che, nel frattempo, aveva abbandonato l’etichetta di bottega artigiana per assumere i connotati di una vera impresa commerciale.

Nel 1995 Alfredo, con suo figlio Emidio, decide di aprire la propria Impresa Funebre “Emidio e Alfredo De Florentiis”, che da quel momento ha come unica sede via S. Spaventa 6/3 nella zona dello Stadio Adriatico, facendo dell’innovazione e dell’alta professionalità il proprio cavallo di battaglia.

Ora, con l’ingresso di Federica e Giorgia e l’approdo alla quinta generazione, è diventata di fondamentale importanza l’innovazione tecnologica che, ai tempi di oggi, significa essere online, entrare nella rete e instaurare un rapporto via web con le persone.

Ecco perché il sito internet, ecco perché oggi, nel 2019, nasce la sezione Blog/News.

A cosa abbiamo pensato quando abbiamo scelto di essere in Rete?

A raccontare storie. Ad andare oltre i nostri profili personali e farvi conoscere le tradizioni di tutto il mondo.

Avvicinarsi e parlare della morte è la cosa che più spaventa gli esseri umani, vero?

Proprio per questo, con la sezione Blog/News, vogliamo raccontare il nostro lavoro parlando di tante cose utili e interessanti. Per esempio dei riti che ogni nazione mette in atto nel salutare i propri cari, delle tradizioni, della storia, della evoluzione delle tecniche, dei materiali usati, della differenza tra un funerale e un funerale, e di tanto altro

Come il cibo, l’arte, la religione lasciano una traccia della storia e di quello che hanno fatto gli avi, così anche al culto della morte sono legate tradizioni, miti e leggende.

Nel Blog/News vi racconteremo quindi la realtà che accompagna il defunto, dalla tradizione più vicina a noi fino a quella più lontana: dall’Antico Egitto alle popolazioni africane, asiatiche ed europee.

Racconti, storie, e in definitiva, un viaggio a cui si aggiungeranno anche articoli che tratteranno gli aspetti tecnici del nostro lavoro come la scelta del legname, dello zinco, dei fiori e del loro significato.

Un viaggio che vogliamo condividere in un percorso durante il quale “saremo” su quel ponte che dalla vita porta all’altra dimensione dell’anima e chissà se tutto sembrerà meno doloroso e lontano!