Come la Pandemia ha stravolto i Funerali: ora senza abbracci e senza baci

I sacerdoti indossano la mascherina

I familiari e gli amici, dove sono finiti?

Sono vietati gli assemblamenti ☹

Tutti indossano la mascherina e i pochissimi congiunti sono a distanza di sicurezza. La pandemia ha stravolte le regole del gioco, ha tolto i baci, gli abbracci e le carezze ai familiari Il covid-19 ha stravolto l’ultimo saluto

Eh già!

Che ci crediate o no, i funerali si fanno ogni giorno. Il virus non ha fermato la morte. Ha bloccato tante cose, ma la morte proprio NO

Eppure  in questi giorni,  non si fa altro che parlare dei medici, degli ospedalieri e di tutto il personale paramedico in prima linea

Ecco che “Tv, giornali, Web, hanno fatto i plausi a tutti, camionisti, dipendenti dei supermercati, infermieri, dottori, volontari etc. d’accordissimo con voi e unito a voi… più che mai.

Ma alle agenzie di onoranze funebri ed agli operatori del settore, che da giorni continuano a dare la loro disponibilità e si sono messi al servizio delle famiglie e dei dolenti per organizzare nonostante tutto dei funerali dignitosi ai loro cari deceduti in questo triste periodo?
Hanno dovuto affrontare situazioni pericolose e tutto ‘ora le affrontano con il rischio di essere contagiati anche loro …. ma nessuno li ha ancora citati…

Alle aziende funebri del settore produttivo che stanno facendo turni doppi per sostenere ed affiancare i loro clienti rifornendoli di tutto il necessario per l’espletamento del loro indispensabile lavoro?

A questo punto oggi lo voglio fare io!
Quindi un grande applauso a tutta la categoria, con l’augurio che presto tutto torni alla normalità”.

Così Marco Ghirardotti Presidente Assocofani esprime la sua gratitudine a tutti gli operatori di settore

E noi dove siamo? Anche noi in prima linea, a lavorare senza sosta, con le restrizioni dettate dal Dpcm 11 marzo 2020, il decreto ha cambiato tutto. Al dolore si aggiunge il dolore

Oggi chi piange, piange in solitudine, distante almeno un metro dagli altri parenti. Il coronavirus ha aggiunto dolore al dolore, ha stravolto le nostre vite e i nostri lutti.

Non si celebrano più i funerali.

Non ci sono più le camere ardenti, né le messe, né i commiati.

Una veloce preghiera e una benedizione, a questo si riduce l’ultimo saluto.

Nell’emergenza sanitaria che colpisce il mondo si muore ancora più soli e come si dice “oltre al danno le beffe”

Si consuma tutto in fretta.

Le imprese di onoranze funebri – in tutto questo – che compito hanno?

Quello di consigliare ai parenti dei defunti di non far partecipare alle esequie troppa gente, e tutti rispettano le regole. Il rischio di contagio si evita abolendo di fatto i minuti di raccoglimento, le condoglianze, la possibilità di rimanere uniti nel ricordo e nel dolore. I cortei funebri non esistono più

La paura della pandemia in corso ha cancellato ogni altra cosa, anche il cordoglio.

Regna sovrana la paura

Regnano sovrane le lacrime sommesse

Il tempo e lo spazio sono invasi dalla paura e si ha fretta di chiudersi nelle case.

Il coronavirus ci ha tolto tanto e forse dovremmo riflettere.

Nemmeno la morte di chi abbiamo amato concede una deroga.

I funerali erano anche il luogo in cui augurare alla persona cara di riposare in pace, sono diventati – con la pandemia – una semplice e veloce sepoltura.

Un nuovo paradigma è entrato nelle nostre vite, e non c’è bisogno di essere cristiani e credenti per provare un ulteriore nodo in gola a dover rimanere soli nella propria sofferenza, le mani con i guanti, la mascherina sulla bocca, la voglia di piangere.

Ma in fondo dove sono i nostri cari, se non in fondo ai nostri cuori?

È quello che ci domandiamo mentre continuiamo a seppellire i nostri cari a Pescara

La morte ai tempi del Coronavirus

Non è un momento facile per l’intera Italia, non è mai successo di vedere il nostro paese chiuso, limitato e bloccato.

Ma era una necessità, un dovere per dare ancora valore alla vita e far cessare questa emergenza che si chiama Coronavirus.

Un’ emergenza nazionale che vede coinvolte tutte le regioni e che mette davanti a un’allarmante situazione fatti di cifre che fanno paura; i dati della Protezione Civile (al momento della pubblicazione dell’articolo) parlano di 7.985 malati ha segnato un aumento di 1.598 rispetto a ieri; i guariti sono 724 in totale, 102 nelle ultime 24 ore. I decessi invece, arrivati a 463 in totale, sono 97 in più di ieri.

Di questi, riferisce Borrelli: “L’1% si trova nella fascia di età tra 50 e 59 anni, il 10% nella fascia tra 60 e 69 anni, 31% tra 70 e 79 anni, il 44% nella fascia 80-89 anni e il 14% è ultranovantenne”.

Morire di Coronavirus si può, purtroppo sì e a farne le spese, come notato, sono le persone anziane; quelle fasce di popolazione cioè in cui sono presenti patologie pregresse che, con la potenza di questo virus, danneggia irrimediabilmente il sistema immunitario.

Interessante è l’intervista fatta dal sito Si può dire Morte al medico Marco Lesca, che lavora da anni sul territorio piemontese.

Alla domanda come si affronta il lutto con i parenti, risponde:

“Negli anni ho compreso che ciò che mi spaventa nel vedere la morte è la certezza che prima o poi morirò anche io. Un buon medico deve fare i conti con la propria morte per stare accanto a chi perde qualcuno e a chi sta per morire, ma anche per non essere schiacciato dalla sensazione d’impotenza. Ho imparato che con i familiari e i pazienti bisogna comunicare come si fa con i bambini, senza dare la possibilità di fraintendimenti, e che è necessario, soprattutto in caso di rianimazione, dare frequenti resoconti del nostro operato, per permettere alle persone di comprendere cosa sta accadendo in tempo reale.”

Non facile per chi fa il nostro lavoro sentire parlare di cifre così, di vivere una situazione così pesante, di stare vicini a famiglie colpite da un tale dolore.

Molti infatti non possono nemmeno salutare per l’ultima volta i loro cari perché il Coronavirus ti lascia solo magari in isolamento, più probabile in ospedale nel reparto di Terapia Intensiva.

E’ questo il dolore più grande che ci portiamo dentro in queste ore drammatiche; ma è il nostro lavoro e noi non ci tiriamo indietro, siamo lì, anche di fronte alle difficoltà.

Ci esponiamo ai rischi, anche di un contagio, ritenendo che la dignità di una persona debba essere rispettata anche dopo la morte. Per noi i defunti sono persone da onorare e non merce da smaltire, come troppo spesso vediamo fare.

Sicuramente un lavoro difficile, molte volte ci sentiamo ripetere che non tutti ne sarebbero capaci, ma lo amiamo.

Abbiamo scelto di stare accanto alle famiglie in un momento delicato e di grande fragilità emotiva. Ogni persona affronta il lutto in modo diverso: chi rimane distaccato, chi invece segue e cura ogni dettaglio, chi sceglie di raccontare e chi si chiude in un “assordante” silenzio.

Ma noi siamo lì, rispettando le reazioni di ognuno, perché come dice un nostro amico sacerdote: abbiamo scelto una “professione che è caratterizzata per il suo servizio alla sofferenza dell’uomo”.

Non è un momento facile ma ce la faremo, tutti insieme avendo sempre un pensiero per chi non c’è più magari semplicemente portando un fiore sulla tomba dei nostri cari…

 “I fiori sanno ridere, i fiori sanno sorridere, i fiori sanno anche assumere un’aria triste, giungendo persino alla disperazione – ma nessun fiore sa piangere. La natura è totalmente stoica; per questo ci offre il più sublime esempio di coraggio ed è la nostra maggiore consolatrice. (Malcolm de Chazal)

Onoranze funebri in Tv: tante le serie televisive!

Qualcuno disse: “The show must go on”.

Lo spettacolo deve andare avanti. È una frase che si sente spesso in televisione quando, in diretta o meno, accade qualcosa di grave ma… bisogna andare avanti.

Non solo in tv, è necessario andare avanti sempre e comunque nella vita, soprattutto davanti alle avversità e ai momenti difficili come può essere la perdita di un caro.

La morte e i media: rapporto complesso, delicato. Quando i telegiornali ci portano a conoscenza di eventi di cronaca nera, per la stampa non è mai facile parlare di defunti; sono troppi infatti i fattori in gioco, in primis il rispetto per la salma e per i familiari.

La morte in tv quindi non è una novità, siamo purtroppo abituati a sentir parlare di stragi, incidenti, omicidi etc… ma c’è un aspetto (forse) nuovo e non molto conosciuto: le serie televisive basate sulle Onoranze funebri.

Cioè… in televisione si parla del nostro lavoro!

Sapevate di tutto ciò? Oggi affrontiamo questo argomento particolare, scegliendo quindi un tema più leggero rispetto ad altri quali la Tanatoestica:

“colui o colei (sono molte le donne che si specializzano in questo particolare campo) che si prende cura della salma prima che venga esposta per l’ultimo saluto cercando di conferirle un aspetto più naturale possibile, simile a quello che aveva in vita. Un risultato che viene ottenuto attraverso specifici trattamenti cosmetici e, quanto si rende necessario, con avanzate tecniche ricostruttive.”

O come il fenomeno del Killfie:

“selfie che uccidono; quando cioè per vivere un momento si mette a rischio la propria vita. Una pratica fin troppo (ab)usata dai giovani visto che la fascia d’età più colpita è quella compresa tra i 20 e i 29 anni.”

Oggi no! Siamo più leggeri e vediamo come il nostro lavoro viene portato in Tv; sapete che siamo anche noi un po’ curiosi?

Six Feet Under pare che sia una delle serie Tv più conosciute e che ha appassionato milioni di fan!

È la storia di una famiglia e dei funerali che organizza; nel dettaglio la trama racconta la storia di Nate Fisher che in seguito alla morte del padre decide di diventare socio dell’impresa familiare che ha lasciato il defunto padre.

Scene di vita quotidiana familiare che, ovviamente, ruota intorno all’impresa funebre. In molti episodi, inoltre, si assiste a delle scene inverosimili, come il dialogo tra uno dei personaggi e la persona morta.

Non è qualcosa di nuovo, attenzione: la serie ha oltre 15 anni di vita e, come riporta Wired, ha ricevuto anche importanti riconoscimenti:

“Premiato con nove Emmy e tre Golden Globes e inserito da Time tra i cento migliori telefilm di tutti i tempi. regala un’esperienza da vivere o rivivere prima di finire sei piedi sottoterra come gli sfortunati clienti della Fisher & Sons.”

A quanto pare il mercato televisivo dedicato al nostro lavoro piace e non solo in America!

Anche in Italia c’è un programma, in realtà un reality sul mestiere dei becchini; è ambientata a Napoli e si chiama Morti e stramuorti, in cui anche l’ironia la fa da padrona.

La trama: la famiglia Dell’Anno, titolare da 5 generazioni di un’agenzia di pompe funebri, e i loro collaboratori, sono i protagonisti di otto puntate in cui mostrano il proprio lavoro e l’approccio napoletano all’ultimo viaggio.

Insomma, una storia vera di una famiglia che fa questo lavoro da generazione, proprio come la nostra!

Essere becchini…

Beh, non poteva mancare un programma televisivo che portasse questo nome; infatti esiste e si chiama appunto Il Becchino, serie televisiva svizzera tedesca creata da Hartmut Block, le cui ultime puntate sono andate in onda solo pochi giorni fa!

Si parla di un ex poliziotto, Luc Conrad, che rileva l’impresa familiare di pompe funebri e inizia a fare il becchino. Nonostante il nuovo lavoro continua ad investigare quando sospetta che i cadaveri non siano morti di morte naturale.

E come poteva mancare la piattaforma per eccellenza della Serie Tv?

Netflix infatti presenta Pompe Funebri in cui gli impresari maori Francis e Kaiora Tipene e i loro dipendenti usano umorismo, attenzione e rispetto per aiutare le famiglie ad affrontare un lutto.

Esempi che dimostrano come il nostro lavoro può essere anche condito da ironia e qualche risata; la cosa più importante per noi è il rispetto per il defunto e l’affetto verso familiari ed amici costretti a non salutare, parlare e condividere più le giornate con i propri cari.

Con questo articolo di oggi abbiamo provato a farvi incuriosire su aspetti un po’ più leggeri, speriamo di esserci riusciti e magari siete pronti ad avvicinarvi al nostro lavoro leggendo anche gli atri (presenti e futuri) articoli del blog!

Riti funebri in Giappone tra Shintoismo e Buddhismo

Il concetto di morte applicato alle religioni del mondo: oggi torniamo su questo argomento dopo aver affrontare il tema con dei Nativi Americani:

“Ecco perché per loro il concetto di Morte non è la “fine” di qualcosa ma una tappa del cerchio sacro, il simbolo che rappresenta la manifestazione di Wakan-Tanka, il Grande Mistero, che per tutti i nativi d’America è la massima divinità. Il passaggio della vita alla morte quindi, non era che un viaggio nel quale, chi rimaneva sulla terra, non si sentiva mai abbandonato grazie alla presenza di spiriti guida che si palesavano sotto forma di animali o forze soprannaturali ed assumono nomi diversi in relazione alla popolazione che li venera. Ad esempio, per alcune tribù le civette erano spiriti che si erano reincarnati; oppure: se una persona veniva uccisa tagliandole la gola o veniva privato del suo “scalpo”, il suo spirito restava sulla terra a disturbare i vivi; talvolta causando malattie e morte.”

In quale parte del mondo sbarchiamo oggi? In una terra mistica, magica e meravigliosa come il Giappone con i suoi riti e le sue secolari tradizioni che mescolano Shintoismo e Buddhismo.

Spieghiamo i tratti essenziali di queste credenze religiose:

  • Lo Shintoismo non prevede dogmi precisi ma una serie di rituali intesi a mediare le relazioni tra gli esseri umani e i kami cioè “dei”, che tuttavia non hanno molto in comune con le divinità a cui comunemente siamo portati a pensare: si tratta di entità soprannaturali presenti nell’intero universo, una sorta di spiriti che si esprimono particolarmente nelle forze della natura. Ogni elemento naturale è considerato manifestazione dei kami e, come tale, è in grado di stabilire un contatto con la sfera divina.
  • Il Buddhismo si indica quindi quell’insieme di tradizioni, sistemi di pensiero, pratiche e tecniche spirituali, individuali e devozionali, nate dalle differenti interpretazioni di queste dottrine, che si sono evolute in modo anche molto eterogeneo e diversificato.

Sono infatti queste due religioni che influenzano, nel paese asiatico, i riti legati alla morte:

“Nello Shintoismo non esiste una punizione ultraterrena, un giudizio universale o simili, perciò non vi è una particolare preoccupazione rispetto alla vita dopo la morte. Piuttosto, influenzato dalla sua matrice animista e dalle influenze buddhiste, questa religione si focalizza nel trovare l’armonia, la pace e la virtù in questo mondo.”  (Alberto Massaiu)

Le due anime religiose del Giappone condividono un pensiero con il Cristianesimo: l’idea della vita (dall’inizio alla fine) come festa, in quanto partecipazione alla vita divina. La persona che vive unita a Dio vive nella pace e nella gratitudine. Per questo motivo i giapponesi sono riconoscenti.

Anche nel paese del Sol Levante il defunto, per almeno 24 ore, rimane in casa o è portato negli ambienti appositamente adibiti dalle Pompe Funebri. A turno si veglia accanto a lui perché non si senta solo.

Da questo momento in poi i riti mutano a seconda delle zone; come racconta il sito Saveriane.it:

“Quasi sempre gli si mette vicino una scodella di riso per sostenerlo nel viaggio che deve intraprendere. Un tempo, pensando che i defunti dovessero attraversare prima un grande fiume e poi una montagna di fuoco, si collocava accanto a loro anche del denaro perché si pagassero il trasporto. e una ciotola d’acqua. C’erano poi vari riti ad indicare, sia la paura che l’uomo ha della morte, sia la vaga sensazione che per diventare Hotoke, cioé divinità, è necessario in qualche modo essere purificati La sera prima del funerale il bonzo viene a leggere alcuni “sutra” perché il defunto possa raggiungere il nirvana. A quel momento di preghiera partecipano familiari, amici, conoscenti, rigorosamente vestiti di nero. Ognuno passa davanti alla salma offrendo incenso e deponendo un fiore tolto dai grandi mazzi allestiti per la cerimonia. Dopo la cremazione tutti si ritrovano per un pranzo in comune nel ricordo della persona scomparsa.”

Se il per noi italiani il 2 novembre è il giorno del ricordo, i giapponesi ricordano i loro cari il 15 agosto con processioni, danze lente e tradizionali, lumini accesi su barchette, con cui si invitano quelli dell’aldilà a trascorrere alcuni giorni quaggiù con i propri cari, per poi far ritorno alla dimensione di eterna permanenza. Sono ricordati anche durante i giorni nel solstizio di primavera e autunno, come coloro che sono “passati” ed ora vivono in un altro mondo.

In realtà in Giappone non si crede a una vera distanza tra vivi e morti: i giapponesi cioè sentono una profonda e sentita riconoscenza verso coloro dai quali ha ricevuto la vita, e offre loro il frutto del proprio lavoro: primizie, cibo e preghiere, sull’altarino familiare.

Lì, ogni giorno, vibra il campanellino, il cui suono è come la voce dei propri cari.

A ciò va aggiunto che le preghiere si svolgono a scadenza fissa: cioè dopo 7 e 49 giorni dalla morte, poi durante alcuni anni. In queste occasioni è ancora chiamato il bonzo per la recita dei “sutra”.

Un vero e proprio legame quello con i cari che hanno lasciato questa terra per vivere nell’aldilà anche se… cos’è l’Aldilà per il popolo giapponese?

Culturismi.com spiega:

“il Paradiso può essere situato su questa terra, o al di là del mare, o su una montagna O negli abissi marini, oppure su, nel cielo. Vi sono casi in cui i kami (gli dei) dimorano lontano dai mortali, altre volte possono essere fra di noi, come se il regno umano e l’aldilà non fossero separati.”

Uniti per sempre, al di là della morte: sembra essere questo il mantra per i giapponesi; una dimostrazione di come la morte non deve far paura, si è sempre vivi quando si è presenti nel cuore di chi si ama.

Il nostro lavoro è difficile a volte davvero duro: vedere il dolore nel volto dei famigliari è da star male ecco perché cerchiamo di essere umanamente professionali con loro attraverso il rispetto e la vicinanza.

Sono questi aspetti, insieme ad altre curiosità, che vogliamo farti conoscere con il nostro blog.

Seguici!

Tanatoestetica: il ricordo ha la sua bellezza

La vita va vissuta sempre con dignità, non dimenticando mai ciò che siamo, ciò che sentiamo.

Vivere, non sopravvivere dicono tutti, Poi arriva la morte che ci rende tutti uguali.

E’ vero. Davanti a lei, la Morte, siamo tutti uguali; non esistono ricchi né poveri, non esiste il giovane né il vecchio.
E’ un momento che accomuna gli esseri umani, ma è anche vero che la dignità, il proprio essere non può essere messo da parte nemmeno nel momento più doloroso.

La Morte infatti è un rito che, in molte popolazioni dei Nativi d’America, è simbolo di passaggio a nuova vita:

“Ecco perché per loro il concetto di Morte non è la “fine” di qualcosa ma una tappa del cerchio sacro, il simbolo che rappresenta la manifestazione di Wakan-Tanka, il Grande Mistero, che per tutti i nativi d’America è la massima divinità. Il passaggio della vita alla morte quindi, non era che un viaggio nel quale, chi rimaneva sulla terra, non si sentiva mai abbandonato grazie alla presenza di spiriti guida che si palesavano sotto forma di animali o forze soprannaturali ed assumono nomi diversi in relazione alla popolazione che li venera. Ad esempio, per alcune tribù le civette erano spiriti che si erano reincarnati; oppure: se una persona veniva uccisa tagliandole la gola o veniva privato del suo “scalpo”, il suo spirito restava sulla terra a disturbare i vivi; talvolta causando malattie e morte.”

Essere ricordati naturalmente, con quel sorriso così… con le labbra sempre colorate da un delicato rossetto…le mani ben curate…

Sì, si può: si chiama tanatoestetica e il professionista è il tanatoesteta cioè “colui o colei (sono molte le donne che si specializzano in questo particolare campo) che si prende cura della salma prima che venga esposta per l’ultimo saluto cercando di conferirle un aspetto più naturale possibile, simile a quello che aveva in vita. Un risultato che viene ottenuto attraverso specifici trattamenti cosmetici e, quanto si rende necessario, con avanzate tecniche ricostruttive.” (oltremagazine.com)

E’ una figura importante al servizio di famigliari e amici del defunto che possono così, ricordare il proprio caro nel modo migliore.

E’ un professionista dunque che ricostruisce e dà dignità a un corpo sfigurato da un incidente oppure messo a dura prova da una malattia: interventi mirati che cercano nel miglior modo possibile di ridare la migliore immagine alla persona anche nel passaggio definitivo.

Come diventare tanatoesteta? Come per ogni professionista, ci sono dei corsi da frequentare e, in questo caso, sono organizzati dalla Scuola Superiore di formazione per la funeraria.

Essa, dal 30 marzo al 3 aprile 2020, organizza il corso di primo livello per la figura Professionale del Tanatoperatore: “I trattamenti proposti rispondono a tre obiettivi primari (la disinfezione, la conservazione e il ripristino) per preservare, in condizioni di massima sicurezza, l’aspetto della salma per il periodo necessario al commiato. Il risultato è una presentazione estetica in grado di eliminare anche le deturpazioni create da traumi o da ferite.”

Si tratta di un qualcosa molto lontana dalla tanatoprassi (impossibile in Italia ma legali in Francia e Spagna), ma comunque in continua evoluzione visto ce, in Italia, ne esistono diverse di tanatoestete.

Come, per esempio, Isela Lizano (intervista da ilgiornaleweb.it):

“Mi sono diplomata in cosmetologia in Costa Rica nel 1984 e già allora decisi che avrei frequentato un corso di tanatoestetica per mettere a disposizione di coloro che avevano perduto i propri cari la mia conoscenza del settore, fino a quel momento studiata sui libri di scuola e sperimentata solo su persone vive. Il fine ultimo è ridare alla salma un aspetto naturale in modo da rendere visivamente meno traumatico il distacco del defunto dai parenti.”

Oppure Irene Nonnis (intervista da donnesulweb.it):

“Quanto dura un intervento? Dipende… Diciamo che mediamente in 50 minuti riesco a preparare una salma poi ci sono casi in cui bisogna ricostruire parti mancanti o altro e allora ci posso mettere anche svariate ore.”

Avresti mai immaginato che esistesse un lavoro del genere?

Ecco perché un blog, per darti la possibilità di conoscere e capire meglio il nostro lavoro, fatto di mille sfaccettature e tanti aspetti sconosciuti!

Per esempio, abbiamo affrontato temi come la cremazione:

“la cremazione non riduce il cadavere in cenere; i resti di tale pratica infatti sono frammenti ossei friabili che, in un secondo momento, vengono sminuzzati fino a formare una cenere che poi, a seconda degli usi, delle consuetudini o delle ultime volontà della persona defunta, vengono custodite in un’urna, sepolte, sparse, o altro. Da quei secoli ad oggi, le cose sono profondamente cambiate e, il rito di cremare il corpo di un proprio caro, è aumentata: si stima, secondo i dati relativi al 2008, che, nelle due principali metropoli del Nord Italia, Torino e Milano, la percentuale supera il 50%.”

Così come quello della stagnatura:

“L’articolo 30 DPR n.285/1990 sui centootto articoli che stabilisce norme su l’unito regolamento di polizia mortuaria, definisce gli standard di confezionamento dei cofani in metallo di cui è costituita la doppia cassa. Proprio dall’Art. 30 del vigente regolamento di polizia mortuaria si desumono tutte le caratteristiche tecniche che un feretro.”

Diverse fasi, tanti momenti, tutti aspetti che curiamo con rispetto verso il defunto e la famiglia nel momento più difficile per loro: dire addio al proprio caro/a.

Fasi, momenti, dettagli e curiosità che potrai conoscere seguendo il nostro blog!

Killfie: morire per un selfie, perché?

La vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia. (Vasco Rossi)

Ci è sembrata la citazione perfetta per l’argomento di oggi. Un tema non facile, non banale e nemmeno da sottovalutare.

In questo articolo parliamo infatti di Killfie, i “selfie che uccidono”; quando cioè per vivere un momento si mette a rischio la propria vita.

Ecco che Vasco ci è sembrato perfetto: un brivido, un equilibrio, la follia… Follia che, con il Killfie, ha perso il suo equilibrio e più che brivido è morte.

Una pratica fin troppo (ab)usata dai giovani visto che la fascia d’età più colpita è quella compresa tra i 20 e i 29 anni.

Rischiare di perdere la vita per un selfie, ma davvero si è arrivati a tanto?

A quanto pare sì… e il sito Life Tre Punto Zero, cerca di darne una spiegazione storica e sociale:

“Addentrandosi nell’aspetto storico possiamo osservare che questo fenomeno sia emerso in maniera recentissima anche se le esperienze estreme e le gesta al limite son sempre state compiute e immortalate in ogni epoca (si veda per esempio la tauromachia). Si può osservare le statistiche che, seppur variegate, ci mettono in guardia: mentre alcuni dati – a nostro avviso imprecisi e forse volutamente allarmistici – riportano 170 morti all’anno, le ultime ricerche attestano che dal 2011 a febbraio 2018 le vittime dichiarate.”

Alla base di questa macabra moda ci sono, tra gli altri, elementi quali “la dispersione scolastica e l’analfabetismo funzionale, che pregiudicano la disponibilità di un ascensore sociale efficiente, l’investimento in capitale umano e, quindi, la crescita individuale e collettiva.” (State of mind)

Quale sarebbe il motivo per cui farsi un selfie ad alto rischio? A quanto pare diversi:

  • per annegamento,
  • per morti legate ai mezzi di trasporto,
  • cadute da posti molto alti,
  • fulminate da scariche elettriche,
  • per incidenti con armi da fuoco,
  • per attacchi da parte di animali selvaggi.

Per chi ama la vita è assurdo pensare a cose del genere, eppure in diversi paesi del mondo è una pratica molto diffusa come in India dove per un Killfie muoiono 159 persone.

A seguire: 16 vittime in Russia, 14 negli USA, 11 in Pakistan, 30 nei paesi asiatici, 17 in Europa, 4 in Africa e 2 in Oceania.

Interessanti spiegazioni e interpretazioni del fenomeno vengono dalle teorie di Daniel Kahneman, psicologo israeliano i cui lavori hanno permesso di applicare la ricerca scientifica nell’ambito della psicologia cognitiva ai fini della comprensione del processo decisionale dei soggetti nella sfera economica, in condizioni sia di certezza sia di incertezza.

 

Si parla cioè di un “Sistema 1” e “Sistema 2”: il primo è intuitivo, impulsivo, è volto alla gratificazione immediata; il secondo invece dà ordine e senso alle informazioni che gli provengono dal “Sistema 1”.

Pare che nei giovani il “Sistema 1” sia quello dominante; l’istinto che prevarica sulla regione e impedisce di capire il pericolo anzi, al contrario, il cervello si eccita davanti a tali situazioni.

Tutto ciò viene poi amplificato dai social o meglio, dall’uso distorto dei social da parte dei ragazzi che rende quindi il Killfie più frequente di quanto lo sia; portando a un’escalation competitiva per sbaragliare tutti gli altri competitors e diventare il capo-branco, ovvero degno di entrare a far parte di una determinata community.

Come risolvere il problema? Non è semplice, non è un processo rapido ma la questione merita allerta da parte di tutti.

Un articolo questo che fa pensare anche noi, non ci ha lasciato indifferenti ma abbiamo ritenuto giusto affrontarlo per metterne a conoscenza i nostri follower e clienti.

Ci vediamo nei prossimi post blog!

Novembre, il mese dedicato al ricordo: i riti funebri in italia e nel mondo

Il mese di novembre… A quanti dà un velato senso di malinconia, di tristezza?

Sarà che le giornate ci accorciano, le ore di sole sono poche e il freddo bussa alle porte delle nostre case.

Novembre poi è sempre ricordato per la commemorazione dei defunti.

La ricorrenza è preceduta da un tempo di preparazione e preghiera in suffragio dei defunti della durata di nove giorni: la cosiddetta novena dei morti. Alla commemorazione dei defunti è connessa la possibilità di acquistare un’indulgenza, parziale o plenaria, secondo le indicazioni della Chiesa Cattolica.

Ma in questo caso non c’è tristezza che dovrebbe invaderci. Certo, l’assenza dei nostri cari in questo mese si sente forse in modo più marcato; proviamo però a vederla proprio come una commemorazione, un omaggio e un ricordo positivo.

«Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!» (Giobbe)

Una festa quindi? Sì, un modo per ricordare con il sorriso chi non c’è più, e in tanti parti del mondo il rito dei defunti è celebrato anche con tipicità gastronomiche del territorio.

Come dimenticare però il modo più bello di ricordare un defunto: portare un fiore al cimitero. Di questo abbiamo parlato in diversi articoli perché ogni stagione ha un fiore. I fiori primaverili sono ovviamente diversi dai fiori autunnali in quanto temperature e resistenza sono diversi!

 

“Ma come scegliere i fiori migliori in questa stagione? Questa volta forse dovremo fare un po’ i conti con la stagionalità. Sicuramente se conosciamo bene la persona che ci ha lasciato, portare i suoi fiori preferiti è il gesto più bello per sentirlo/a ancora vicino; ci sono però alcuni fattori da prendere in considerazione tipo il periodo dell’anno.”

[…] I garofani sono fiori robusti che non si appassiscono facilmente e, nel mondo dei fiori, sono tra quelli con la maggiore capacità di sopravvivenza. Durano per giorni e sono anche tra i fiori che durano di più in vaso e possono rimanere freschi fino a tre settimane se gli si danno le giuste cure e attenzioni.”

A proposito di tradizioni, diamo uno sguardo al resto del mondo?

Non possiamo non citare Halloween con le zucche intagliate. Sapete da dove deriva questa tradizione?

Leggenda vuole che Jack, un grande bevitore di birra, che, dopo essere riuscito a imbrogliare il diavolo in persona, una volta morto non fu accettato né all’inferno né in paradiso. Così, mentre vagava senza meta, per fare un po’ di luce prese una grossa rapa, ne tolse la polpa, fece dei buchi attorno e ci mise dentro alcune braci ardenti. E da allora vaga nell’aldilà con la sua lugubre lanterna.

A Singapore per esempio si festeggiano i fantasmi affamati, per celebrare l’assoluzione delle anime dei morti; oppure in Messico ci sono i famosi “dias de los muertos”, una celebrazione che arriva dalle popolazioni pre-ispaniche, più familiare che pubblica, il momento in cui si ricordano e si onorano i propri familiari defunti, che nella notte tra l’1 e il 2 novembre passano il “ponte” dall’Aldilà per unirsi alle proprie famiglie, ma solo se vengono ricordati e la loro foto esposta sull’altare familiare.

Andando in Oriente, la festa dei morti in Cina cade in aprile. In questa occasione la famiglia si reca presso le tombe dei propri cari e se ne cura, sistemando le piante, pulendo e ridipingendo i caratteri sulla tavoletta tombale. Poi, sulla tomba mette cibo in offerta e bastoncini di incenso da bruciare. Tè e vino vengono versati attorno alla tomba assieme al riso.

Questo vagando per il mondo, ma in Italia? Anche qui le tradizioni sono diverse nelle varie regioni, vediamo alcune:

  • Valle D’Aosta: si lasciano pietanze sui davanzali per i morti;
  • Piemonte: si apparecchia la tavola con un posto in più, nel caso in cui il defunto venga a fare visita;
  • Emilia Romagna: il cibo da lasciare ai defunti viene scambiato di casa in casa;
  • Abruzzo: il tavolo da pranzo apparecchiato e si accendono tanti lumini quante sono le anime care;
  • Calabria: tavola apparecchiata e un mazzo di carte nel caso in cui il defunto fosse un uomo.

Tradizioni, ricordi, emozioni: parole che da sempre fanno parte e ci accompagnano nel nostro lavoro, un lavoro spesso difficile e complicato ma che svolgiamo con tanta umiltà e rispetto.

Ecco perché vogliamo farvi conoscere da vicino il nostro quotidiano, raccontandovi di noi anche attraverso curiosità dal resto del mondo.

Avete per esempio letto l’articolo sui Nativi d’America?

“Ecco perché per loro il concetto di Morte non è la “fine” di qualcosa ma una tappa del cerchio sacro, il simbolo che rappresenta la manifestazione di Wakan-Tanka, il Grande Mistero, che per tutti i nativi d’America è la massima divinità. Il passaggio della vita alla morte quindi, non era che un viaggio nel quale, chi rimaneva sulla terra, non si sentiva mai abbandonato grazie alla presenza di spiriti guida che si palesavano sotto forma di animali o forze soprannaturali ed assumono nomi diversi in relazione alla popolazione che li venera.”

Se vi è piaciuto, tante altre notizie vi aspettano sul nostro blog!

Perché un “Blog”? Per condividere la quotidianità di un’azienda “immortale”

Cosa significa “azienda immortale”?

Perché si nasce e si muore …sempre e nessuno è fuori da questo “passaggio”.

Quindi a “ciascuno degna sepoltura” e questo rende il nostro servizio e il nostro settore “immortale”.

Siamo a Pescara da cinque generazioni, da quando Emilio De Florentiis con il figlio Emidio (Midiuccio) e il giovane nipote Alfredo gestiva una bottega di falegnameria.

Dopo essere emigrato in Venezuela, Alfredo, fa ritorno e affianca il papà Emidio nella conduzione dell’Impresa Funebre di famiglia che, nel frattempo, aveva abbandonato l’etichetta di bottega artigiana per assumere i connotati di una vera impresa commerciale.

Nel 1995 Alfredo, con suo figlio Emidio, decide di aprire la propria Impresa Funebre “Emidio e Alfredo De Florentiis”, che da quel momento ha come unica sede via S. Spaventa 6/3 nella zona dello Stadio Adriatico, facendo dell’innovazione e dell’alta professionalità il proprio cavallo di battaglia.

Ora, con l’ingresso di Federica e Giorgia e l’approdo alla quinta generazione, è diventata di fondamentale importanza l’innovazione tecnologica che, ai tempi di oggi, significa essere online, entrare nella rete e instaurare un rapporto via web con le persone.

Ecco perché il sito internet, ecco perché oggi, nel 2019, nasce la sezione Blog/News.

A cosa abbiamo pensato quando abbiamo scelto di essere in Rete?

A raccontare storie. Ad andare oltre i nostri profili personali e farvi conoscere le tradizioni di tutto il mondo.

Avvicinarsi e parlare della morte è la cosa che più spaventa gli esseri umani, vero?

Proprio per questo, con la sezione Blog/News, vogliamo raccontare il nostro lavoro parlando di tante cose utili e interessanti. Per esempio dei riti che ogni nazione mette in atto nel salutare i propri cari, delle tradizioni, della storia, della evoluzione delle tecniche, dei materiali usati, della differenza tra un funerale e un funerale, e di tanto altro

Come il cibo, l’arte, la religione lasciano una traccia della storia e di quello che hanno fatto gli avi, così anche al culto della morte sono legate tradizioni, miti e leggende.

Nel Blog/News vi racconteremo quindi la realtà che accompagna il defunto, dalla tradizione più vicina a noi fino a quella più lontana: dall’Antico Egitto alle popolazioni africane, asiatiche ed europee.

Racconti, storie, e in definitiva, un viaggio a cui si aggiungeranno anche articoli che tratteranno gli aspetti tecnici del nostro lavoro come la scelta del legname, dello zinco, dei fiori e del loro significato.

Un viaggio che vogliamo condividere in un percorso durante il quale “saremo” su quel ponte che dalla vita porta all’altra dimensione dell’anima e chissà se tutto sembrerà meno doloroso e lontano!